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La natura giuridica della comunione de residuo

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La comunione cd. de residuo è il regime patrimoniale coniugale che riguarda taluni beni contemplati dagli artt. 177 c.c., lett. b) e c), e 178 c.c. Tra questi, in particolare, rientrano i beni destinati all’esercizio dell’impresa di uno dei coniugi costituita dopo il matrimonio.

La comunione opera de residuo in quanto non si instaura immediatamente al momento dell’acquisto, ma solo in un momento successivo, ossia al momento dello scioglimento della comunione legale.

La natura del diritto che sorge in capo all’altro coniuge in tale situazione risulta essere particolarmente controversa tra gli interpreti.

Secondo una prima impostazione, il diritto in esame avrebbe natura reale, conformemente alla lettera della legge che parla proprio di “comunione”. Nel momento in cui si scioglie la comunione legale, dunque, i coniugi diventano contitolari dei beni in esame per la quota di un mezzo ciascuno [Oppo, Responsabilità patrimoniale e nuovo diritto di famiglia, in Riv. dir. civ., 1976, I, 108; De Paola – Macrì, Il nuovo regime patrimoniale della famiglia, Milano, 1978, 212; Detti, Oggetto, natura e amministrazione della comunione legale, in Riv. Not., 1976, 1173; Di Transo, La comunione de residuo, in AA.VV., Scritti in onore di Capozzi, I, 1, Milano, 1992, 531 ss.; Santosuosso, Delle persone e della famiglia. Il regime patrimoniale della famiglia, famiglia, in Commentario del codice civile, I, 1, III, Torino, 1983, 178; M. DogliottiL’oggetto della comunione legale tra coniugi: beni in comunione de residuo e beni personali, in Fam. dir., 1996, 386.T. Auletta, La comunione legale, in Trattato di diritto privato diretto da Bessone, IV, Il diritto di famiglia, II, Torino, 1999, 112 ss.; Galasso, Del regime patrimoniale della famiglia, I, Artt. 159-230, in Comm. Scialoja – Branca, Bologna – Roma, 2003, 240] (in giurisprudenza, di recente, v. Trib. Monza, 26 marzo 2015).

Secondo una diversa ricostruzione, invece, il coniuge acquisterebbe unicamente un diritto di credito pari alla metà del valore che i beni in questione hanno al momento dello scioglimento della comunione legale. Essi, dunque, rimangono formalmente e sostanzialmente di proprietà esclusiva del coniuge che li ha acquistati [Busnelli, La “comunione legale” nel diritto di famiglia riformato, in Riv. not., 1976, 36 ss.; Cian – Villani, La comunione dei beni tra coniugi (legale e convenzionale), in Riv. dir. civ., 1980, I, 346; Corsi, Il regime patrimoniale della famiglia, I, in Tratt. Cicu – Messineo, Milano, 1979, 95 e 191; Schlesinger, Della comunione legale, in Cian – Oppo – Trabucchi (diretto da), Commentario al diritto italiano della famiglia, III, Padova, 1992, 122 e 145; A. e M. Finocchiaro, Diritto di famiglia, I, Milano, 1984, 966 ss.; Oberto, La comunione legale tra coniugi, in Trattato Cicu – Messineo, I, Milano, 2010, 871 ss.].

Questa seconda lettura, sia pure meno aderente alla lettera della legge, è ritenuta più soddisfacente in quanto evita i gravi inconvenienti che l’accoglimento della prima tesi comporta, tanto con riferimento alla tutela dei terzi quanto con riferimento alla tutela del coniuge imprenditore proprio nel momento in cui si scioglie la comunione.

Taluna dottrina ha in particolare affermato che “sembra, a dir poco, incoerente, da parte del legislatore, garantire da un lato la massima autonomia e libertà del coniuge verso taluni beni che, nel corso dello svolgimento del regime legale, assumono natura personale, per poi imporgli, dall’altro, il pesante vincolo della contitolarità proprio al momento dello scioglimento della comunione. Il passaggio automatico dei beni comuni de residuo dalla titolarità e disponibilità esclusive del coniuge al patrimonio in comunione si tradurrebbe in una menomazione dell’autonomia e della libertà del coniuge stesso, che il legislatore ha, invece, inteso salvaguardare nella fase precedente allo scioglimento” [ObertoSulla natura della comunione residuale al momento della cessazione del regime legale, in Fam. dir., 2011, 4, 369 ss.].

Sul punto si è di recente pronunciata la Suprema Corte a Sezioni Unite, accogliendo la tesi della natura creditizia del diritto spettante al coniuge non imprenditore (Cass. S.U., 17 maggio 2022, n. 15889). Tale soluzione rappresenta, difatti, il frutto del bilanciamento tra gli interessi, tutti costituzionalmente rilevanti, coinvolti nella vicenda: la tutela del coniuge dell’imprenditore alla base del principio solidaristico che dovrebbe informare la vita coniugale (art. 29 Cost.), da un lato, e la tutela della proprietà privata e della remunerazione del lavoro (artt. 35, 41 e 42 Cost.), dall’altro.

Solo riconoscendo natura di credito al diritto del coniuge non imprenditore è possibile, inoltre, salvaguardare la legittima aspettativa dell’imprenditore ad una libera gestione dell’impresa, nonché l’affidamento dei terzi (creditori in primis) sulla esclusiva titolarità dei beni in capo all’imprenditore individuale. La tesi della natura reale del diritto in esame, al contrario, condurrebbe ad esiti potenzialmente pregiudizievoli per l’impresa, e finanche al suo dissolvimento (si pensi alle conseguenze dell’applicazione al caso in esame delle norme sullo scioglimento della comunione ordinaria ovvero delle norme in tema di successione ereditaria). La stessa lettera della legge, principale argomento a sostegno della tesi della realità, non appare decisiva laddove utilizza, all’art. 178 c.c., il verbo “considerare”, lasciando intendere che, nella mente del legislatore, il regime normativo della comunione de residuo diverge da quello ordinario della comunione legale immediata.

È interessante osservare che la Suprema Corte ha anche precisato che a determinare l’insorgenza della comunione de residuo (e quindi del credito del coniuge non imprenditore) sono solo le cause di scioglimento del regime legale, non rilevando invece la mera cessazione della destinazione dei beni all’impresa né il venir meno della qualità di imprenditore in capo al coniuge.

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